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IL PORTALE DI URURI E DEGLI URURESI NEL MONDO

     

 

 

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La vera storia
 
 

Cenni Storici su Ururi

 
 

Le origini.

Il territorio che costituisce oggi l’ambito di Ururi,era, un tempo, solo una parte periferica del territorio di Larino.

Non si hanno notizie tali da far supporre che su quel territorio fossero insediamenti abitativi, ma in epoca anteriore al mille vi era un eremitaggio.

Quando le guerre tra i Longobardi già da tempo installatisi in Italia, e i Normanni, nuovi invasori, si conclusero con l’occupazione da parte di questi ultimi del territorio dell’Italia meridionale, il territorio passò in dominio dei Normanni, e feudatario di Larino fu il principe normanno Roberto, Conte e di Loritello.

Nel suo feudo sorgeva un Casale denominatoAurorama non è dato conoscere il luogo preciso in cui sorgevano sia il monastero dei frati benedettini sia il Casale.

Nello studio dei documenti antichi, si ritrova una indubbia continuità, tra ilcasale Aurorae il successivo agglomerato abitato di Ururi alla cui denominazione si giunse per gradi dopo alcuni secoli, con una evidente sovrapposizione della nuova denominazione all’antica.

Non vi sono resti di opere murarie che possano indicare in qualche modo il luogo della esistenza antica del monastero e del Casale ma è da supporre che essi sorgessero nella parte più alta dell’attuale abitato di Ururi.

Dunque è da supporre che il luogo fosse proprio là ove oggi è il centro storico del paese, tanto più che il monastero era dedicato a S.Maria così come la vecchia Chiesa parrocchiale che sorge appunto nel luogo più alto del paese.

Documenti dell’epoca accennano alla presenza nel Casale Aurora, oltre che del monastero, anche di laici, verosimilmente stabilitisi a ridosso del monastero, i quali coltivavano i terreni circostanti. Esisteva dunque un sia pur modesto agglomerato, dedito al lavoro dei campi, e forse in unione con gli stessi monaci.

Nel mese di gennaio del 1075, il feudatario normanno Roberto, Conte di Loritello, dichiarava di avere un monastero costruito in tenimento di Larino, nel luogo chiamato Aurora e, con atto per notaio Azzo, donava il tutto alla chiesa Larinese di Maria Vergine e Madre di Dio, per l’anima sua e dei suoi parenti.  Seguono, nell’atto, le maledizioni per chiunque in avvenire tentasse di sottrarre la donazione alla Chiesa.

L’atto è firmato da Guglielmo Vescovo, dal Giudice Falco, da un tale Maraldo Trimarco mentre il donante feudatario Conte di Loritello vi appone il segno di croce degli illetterati (segno dei tempi nei quali la spada valeva più della penna).  Con detta donazione il Vescovo di Larino a sua volta succedeva nel feudo Aurora divenendone il feudatario.

 
L' arrivo degli Albanesi

Nei secoli successivi il feudo Aurora e la donazione del Conte di Loritello riappaiono in atti e documenti vari. Solo poco prima del 1500 in qualche documento appare per il Casale Aurora anche la denominazione di “ Ruri “ e talvolta di “Urure”.

Il fatto stesso della promiscuità di denominazione fa pensare che quello è il periodo in cui la nuova denominazione si stava affermando sicché il Casale viene indicato tuttora con il nome Aurora, ma sono in uso anche le nuove denominazioni.

                                  A quella data (poco prima del 1500), gli albanesi si erano già stabiliti nel Casale e può quindi darsi che siano stati proprio i nuovi abitanti a dare la nuova denominazione, o per assonanza (Aurora-Urure) o addirittura derivando dalla vecchia denominazione quella più consona alla lingua albanese nella quale ancora oggi, la denominazione è “ Rur - Ruri “.

Taluno, specie in sede locale, sospetta che la nuova denominazione “ Rur, -Ruri “ possa derivare o dal latino “ urere “ (bruciare) o dall’albanese “ uri “ (tizzone) con chiaro riferimento ad un incendio che avrebbe distrutto il paese.  Non sembra tuttavia possibile richiamarsi a tali denominazioni sia perché si ha notizia di tali eventi in epoca anteriore all’anno 1500 e sia perché tali derivazioni non si spiegherebbero in un ambiente culturalmente povero.

C’è anche chi sostiene (Prof. Gino Ciarfeo) che nella parlata locale il nome del paese è “ Ruri “ e quello degli abitanti “ Rurise “.Cone si nota chiaramente,manca la “ U “ che è l’articolo “ il “ nel dialetto larinese. Siccome il territorio era feudo del Vescovo di Larino,dai larinesi era chiamato “ U RUR “,cioè la campagna. Questo nome prevale sull’altro di “ Aurora “ a partire dal 1075 quando il territorio viene donato al Vescovo di Larino dal Conte di Loritello e diventa suo feudo.

In seguito, o per invasioni, o per guerra, o per altri motivi di cui non si hanno notizie, il Casale Aurora decadde e impoverì, tanto che Giovanna I, Regina di Napoli,con speciali disposizioni diminuì i pesi fiscali.  Nel 1400 ci fu poi  in luogo la peste. Nel  1456 un terremoto distrusse il Casale.

In quegli anni, i musulmani avevano invaso la penisola balcanica, ma l’ Albania ad essi resistette eroicamente per molti anni, sotto il comando di Giorgio Castriota Skanderbeg, ma anche grazie all’aiuto di Alfonso d’Aragona Re di Napoli, che gli inviò uomini e armi per difendere il territorio.

Nel 1461 Ferrante I d’Aragona - figlio ed erede di Alfonso – trovandosi in difficoltà per il prevalere della fazione angioina, chiese soccorso al beneficato Giorgio Castrista,il quale inviò un corpo di milizie seguite da un gran numero di famiglie albanesi.Per questo motivo, ma anche per sottrarsi agli invasori,gruppi di albanesi migrarono nel Regno di Napoli.

La prima emigrazione è del 1448 e fu sistemata in Calabria; la seconda emigrazione è del 1461 e i nuovi arrivati del Sud-Albania furono mandati a popolare Campomarino e Portocannone in “ Capitanata “, e Ururi in “ contado  Molise “; la terza emigrazione, alla morte di Giorgio Castriota Skanderbeg fu sistemata in Calabria e in Sicilia.

L’emigrazione riprese sotto l’imperatore Carlo V d’Austria nel 1534 con una quarta trasmigrazione e i nuovi arrivati si stabilirono in Capitanata e in Basilicata.La quinta emigrazione è del 1647 con sistemazione in Barile (Basilicata).La sesta, del 1744, si stabilì in Badessa(Abruzzo) e la settima si vide assegnato come domicilio la città di Brindisi ove presto fu assorbita e si disperse.

Giovanni Castriota, figlio dell’eroe Giorgio, se ne fuggì egli stesso dalla Albania e se ne venne nei feudi che aveva in Puglia. Re Ferdinando, in memoria dei servigi resigli dal padre, gli concesse in feudo la città di Galatina  in terra d’Otranto. Sua sorella sposò il Principe Pietro Antonio Sanseverino il quale accolse in Calabria il Giovanni alla morte del padre Giorgio.

Gli storici hanno dato spiegazioni diverse della dispersione degli albanesi nelle più diverse località del Regno di Napoli. Taluni l’attribuiscono al fatto che gli albanesi erano dediti a “ rapine e ladronecci “ ed erano “ invisi alle persone oneste e probe accostumate a menare una vita tranquilla e pacifica.

I sovrani avevano pertanto ritenuto conveniente tenerli divisi. Altri sostengono che gli albanesi furono divisi per mandarli sulle terre incolte e fu saggio provvedimento, a loro parere, perché essi con il loro lavoro trasformarono in coltivabili le terre con grande utilità e con grande merito per essi stessi che si rivelarono infatti stabili, capaci, e amanti del lavoro dei campi.

 

Gli Albanesi di Ururi

Per sistemarsi nel territorio loro assegnato i nuovi arrivati dovettero o far uso delle case che già vi erano costruite o costruirne di nuove.

I documenti non dicono quanti essi fossero ma certamente non molti se si pensa che nel 1550, quando il paese fu messo a fuoco, vi abitavano 125 famiglie, numero certamente superiore a quello degli immigrati del 1461 accresciutosi per naturale incremento demografico. La popolazione si ridusse a 45 famiglie nel 1595 ma non risultano le cause di tale diminuzione. Nel 1647 il regno fu sconvolto da sommosse e molti Ururesi se ne fuggirono e la popolazione variò tra le 79 e le 46 famiglie.

Il centro storico del paese era compreso tra la piazza della Chiesa parrocchiale e il palazzo baronale del Vescovo, poi Municipio.

A monte i duepontio meglio tunnels siti sotto le case dei Giammiro,  erano due porte. Una terza porta era in fondo alla strada che dal largo della Chiesa degrada leggermente verso est. Quando il paese cominciò ad estendersi, lo sviluppo si ebbe fuori della porta est verso la parte pianeggiante e forse per tale motivo il luogo sul quale sboccava la strada ebbe l’usuale denominazione diPorta.

Quando poi, con la costruzione delle case intorno, sorse la piazza, la denominazionePortaentrò nella toponomastica del paese, cche quella piazza si continua a chiamarla Porta, in albanese (Vemi ka porta) o Largo della Porta in italiano.

Ai primi del nostro secolo qualche vecchio ricordava ancora l’esistenza di tracce di tale porta, in particolare di un arco che poggiava da un lato nel palazzo vescovile poi sede del Municipio. L’agglomerato originario edilizio di Ururi  era dunque di ampiezza tale da contenere solo poche centinaia di persone.

Gli albanesi di Ururi furono in verità laboriosi e si dettero a coltivare le terre del feudo sul quale vivevano, ma sentirono presto la opportunità di regolare i rapporti col feudatario Vescovo di Larino.  In merito i nuovi rapporti furono sanciti nelle capitolazioni del 4 marzo 1550 e costituiscono un’evidente rivendicazione e l’inizio della evoluzione del feudo.

Gli albanesi di Ururi non erano tutti pacifici cittadini dediti alla agricoltura. Taluno scrive cheessendo di indole altera, più propensi a farsi ragione con le armi in mano che non ricorrendo alla Giustizia, cominciarono a dare fastidio ai vicini paesi. Divisi in due fazioni, si abbandonavano a scorrerie e saccheggi, tanto che il Viceré di Napoli, il Duca d’Alba Don Pietro di Toledo, nel1550, mandò contro di loro il capitano Fabio Ciminelli con adeguata forza ordinando che Ururi fosse bruciato e dispersi suoi abitanti.

L’ordine gravissimo fu eseguito e ciò denota di quanta esasperazione gli Ururesi erano stati causa. Se ne conferma nel Cedolario del 1562 in cui il feudatario Vescovo di Larino ricorda che:

un tempo il Casale fu abbrugiato e si abbrugiarono similmente tutte le scritture, tanto dell’Officiali e capitano d’esso Casale quanto dell’Università e particolari cittadini d’esso con ogni altra quantità di robbe mobili che dentro il medesimo si trovarono.

Si trattò dunque di una vera e propria distruzione di tutto quanto potesse ricordare l’esistenza del Casale.

Fu merito del capitano albanese Teodoro Crisma che gli Ururesi furono perdonati e nel 1562 tornarono ad abitare il Casale. Il Crisma aveva reso particolari servigi al re di Napoli e all’imperatore d’Austria e ne aveva acquistato prestigio e benevolenza tanto da ottenere il permesso di riunire nuovamente gli Ururesi nel Casale, cosa che egli fece atteggiandosi a nuovo feudatario. Nel cedolario del 1562 si legge che secondo lo exquatur regio del 5/5/1562 il feudo denominato “ Urure “ è posseduto dal magnifico capitano Teodoro Crisma Albanese, per concessione. In effetti con atto del 12/12/1561 il Vescovo di Larino aveva concesso  il feudo al Crisma per sé, suoi eredi e successori, in perpetuo.

Senonché la concessione non riportò l’assenso regio e fu nel 1565 revocata, revocandosi e cassandosi l’atto. Tuttavia il feudo continuò ad essere intestato al Crisma  e per questo fatto ci fu una causa in sede fiscale per accertare che l’intestazione era errata in quanto il feudo era stato sempre del Vescovo di Larino, cche questi era tenuto a pagare il tributo.

Nel registro Rivela del 1749 per la compilazione del catasto, il territorio di Ururi tornò di conseguenza ad essere iscritto come feudo del Vescovo di Larino ritenendosi che con l’atto del dicembre 1561 il Vescovo avesse dato il feudo al Crisma solo in enfiteusi.

 

Ururi e gli Albanesi della zona nel 1799

Con la calata delle truppe napoleoniche, la rivoluzione francese fu accolta anche nel regno di Napoli che si eresse a repubblica. In molti paesi fu issato, secondo la moda francese, l’albero della libertà.

Si trattava di una albero di quercia o pioppo che si piantava con tutte le radici nella piazza principale, per denotare il potere popolare e veniva decorato con fiori e fettucce, e talora era sormontato dalla bandiera. Fu un periodo tutt’altro che tranquillo perché i realisti si organizzarono in bande armate contro i repubblicani.

Pubblicazioni dell’epoca scrivono che “ il regno  era in balia del brigantaggio più feroce, i disertori dell’esercito preferivano all’onore delle armi, l’assassinio e il furto. Numerose comitive di ladroni malviventi portavano terrore e sgomento dappertutto, commettendo omicidi, furti, ricatti ed altri gravissimi eccessi….  “.

Il Monitore, giornale ufficiale della Repubblica napoletana nel n.4 del 24 piovoso (12 febbraio) pubblica:” Tumulti anche più miserevoli sono nei confini del contado del Molise. Le cinque comunità albanesi che sono in detto contado, tutte in armi, scorrono le città e le campagne commettendo devastazioni e macelli “.

Pur se è da sospettare che nel divulgare tali notizie sia calcata la mano, secondo il proprio schieramento politico, sta di fatto che non mancano notizie concrete.

Tra i tanti episodi ricordiamo soprattutto due:

1)      quello di Termoli, dove circa 300 albanesi, specie di Portocannone e Campomarino, cui si erano uniti gli slavi di S. Giacomo degli Schiavoni,  il 2 febbraio assediarono Termoli che, chiuse le porte, si difese dal castello e dalle mura usando anche i cannoni; il 3 febbraio, per il tradimento di un termolese, le porte furono aperte e gli assedianti, penetrati nel paese, vi commisero eccidi e devastazioni;

2)      quello di Casacalenda, dove circa un migliaio, per la maggior parte di Larino, Campomarino, Portocannone, Ururi (una cinquantina) ed altri, saccheggiarono e fucilarono diverse persone.

Tornata in qualche modo la calma, i danneggiati per saccheggio cominciarono a far valere il loro diritto alla restituzione delle cose. Si procedette all’arresto dei più facinorosi tra i  quali vi fu un Ururese, nativo però di Casacalenda.

Per la restituzione delle cose il generale francese che sovrintendeva al territorio incaricò, per Ururi, tale Giovanni Casale. Poiché la restituzione procedeva con lentezza, i cittadini di Casacalenda cominciarono a farsi ragione da . Infatti il 14 aprile una squadra, tra cui erano molti di Casacalenda, comandata dal Commissario Nicola Neri, entrò in Ururi e si dette al saccheggio.Mentre si verificavano tali eventi,capo della Municipalità di Ururi,con l’avvento della Repubblica,era Angiolo Giammiro, grazie al quale gli Ururesi riebbero in gran parte le cose saccheggiate ad Ururi dai casacalendesi.

Per concludere le vicende del 1799, è d’obbligo ricordare che le bande armate  degli albanesi, presentate come formate daladroni e malviventi, erano invece bande fedeli alla monarchia e lo dimostrano alcune circostanze: 1) uno dei comandanti era il Duca di Casacalenda, il quale non era certamente un malvivente, ma uomo legato al regime monarchico e non a quello rivoluzionario; 2) un altro capo era il tenente Campofreda, anch’egli fedele monarchico, e tale anche dopo la caduta del periodo napoleonico.

D’altra parte, quando contro la Repubblica Napoletana si formò un vero e proprio corpo organizzato sotto il comando del generale De Cesare per restaurare la monarchia, il Campofreda seguì il De Cesare è con lui lo seguirono gli albanesi.

E’ inoltre risaputo che le bande armate albanesi, quando assalivano i paesi, abbattevano gli alberi della libertà, simbolo della Repubblica e obbligavano i cittadini a mettersi la coccarda regia. È certo che in momenti di subbuglio possono esservi alcuni che approfittano per proprio tornaconto e non per seguire inesistenti ideali, ma da ciò non deve desumersi che le bande fossero formate da ladroni. e malviventi. D’altra parte le vicende vanno giudicate secondo il tempo in cui si svolsero, nè d’altronde gli avvenimenti della rivoluzione francese davano esempio e  suggerimenti di moderazione.

Nel giugno 1799 i Borboni rientravano a Napoli e seguirono le reazioni contro i repubblicani. Non risulta che cittadini di Ururi abbiano subito vendetta.

Si concluse così un anno particolarmente turbolento. Non è da credere che solo gli albanesi siano stati autori di quanto è stato detto prima. Ad essi erano uniti altri della stessa fede politica, quella monarchica, ma come spesso accade, sotto l’aspetto di un idealismo spinto, si nascondevano istinti che portarono a eccessi di cui si è detto.

 

La banda Vardarelli

La banda dei Vardarelli era così chiamata perché la famiglia dei capi esercitava l’arte del “ vardaro “ che in dialetto indica gli artigiani che producono o riparano basti (in dialetto vard), selle ecc.

Il vero cognome dei Vardarelli era Meomartino. Èssi erano nativi di Celenza Valfortore. Nell’atto di morte dei registri parrocchiali di Ururi il capo della banda viene indicato come Gaetano De Martino. L’errore si spiega facilmente se si considera come la morte avvenne, e quanto il luogo era lontano dal paese di origine. Ciò impedì di avere notizie più esatte.

Nell’atto di nascita in Celenza Valfortore il Gaetano è iscritto  infatti come nato il 13 gennaio 1780 da Pietro Meomartino e Donata Iannantoni.

Non sono tutti d’accordo nell’inquadrare i Vardarelli nell’ambito politico e sociale dell’epoca. Per alcuni essi furono solo dei malfattori che nel 1799 avevano seguito il cardinale Ruffo nella rivolta regia contro i patrioti repubblicani. Per altri i Vardarelli furono carbonari, iscritti a tale setta, amanti della libertà, propugnatori di giustizia sociale.

Il Murat, quando divenne Re del napoletano, aveva cercato di legare a sé i Vardarelli, concludendo con loro qualche opportuno accordo. Il 31 agosto 1809 il Murat scriveva al generale Ferrier di far  sapere ai capi della banda di essere deciso ad organizzare delle compagnie, pagate, nutrite e vestite purché raggiungessero il numero di 100 persone.

I Vardarelli rifiutarono ed il Murat cominciò a perseguitarli. A quell’epoca la banda si componeva di 300 cavalieri. In uno scontro nel 1811, il generale murattiano Manhes li sconfisse. La flotta inglese, ormeggiata alle isole Tremiti per combattere i Murattiani, riforniva la banda di armi, ma ciò non valse a risollevarne le sorti.

I capi fuggirono in Sicilia presso Re Ferdinando e quì il capo Gaetano fu accolto nella guardia regia e nominato sergente.

Avvenuta la restaurazione dei Borboni il Gaetano Vardarelli o per amore di libertà, o per insofferenza alla disciplina cui era obbligato, o perché scontento del trattamento di cui godeva, dalla Sicilia tornò nel Regno ove si dette alla campagna e formò la banda.

La conponevano anche i suoi due fratelli Geremia di anni 29 e Giovanni di anni 25, due donne, di cui una era sua sorella, e complessivamente erano 50 elementi. La compagnia aveva disciplina militare, vestiva una divisa, ognuno era armato di sciabola, fucile, baionetta. Tutti erano a cavallo.

Il quartier generale era nella alta valle del Fortore, ma la banda, pur facendo capo ad esso, si spingeva con le sue azioni nelle province di Foggia, Campobasso, Benevento, Potenza, Bari, Lecce, fino a toccare il mare Ionio.  Lo faceva con grande rapidità essendo tutti montati a cavallo e ciò spiega la facilità con cui, dopo averle colpite,si sottraeva alle truppe regolari.

Avveniva così che, ricercata in luoghi vicini a quello scontro, la banda si trovava già lontana, magari in altra provincia, dalla quale giungevano notizie agli ufficiali comandanti le truppe che ne avevano motivo di scoraggiamento.

La banda si forniva di viveri e cavalli assalendo le masserie e quivi magari sostando per cibarsi e riposare, né i massari facevano opposizione perché in tal caso ne subivano gravi conseguenze. Spesso la banda attaccava i procaccia che portavano a Napoli i proventi delle esattorie e non di rado si servivano del denaro per avere informazioni dai contadini e massari.

Fu anche questa fitta rete di informazioni di spionaggio, che consentì ai Vardarelli tanti scontri favorevoli e tanta velocità di sganciamento. Ricordiamo qui alcuni tra i principali scontri.

Il 3 maggio 1816 i Vardarelli hanno uno scontro in località Crocifisso dell’Alvaro in Puglia e subito dopo si danno a scorrere in quella regione. L’allarme è tale che da Napoli, al comando di un generale, viene costituito un corpo di cavalleggeri, granatieri, tanti fanti e gendarmi che si disloca in Puglia.

Mentre i comandi discutono sul da farsi, i Vardarelli, informati, dalla Puglia entrarono in Basilicata, poi nel Beneventano e nell’alto Molise e da qui raggiungono la loro base tra i dirupi inaccessibili dell’alta valle del Fortore. L’allarme è tale che i Vardarelli con un apposito editto vengono dichiaratipubblici nemici e chiunque ha facoltà di consegnarli vivi o morti alla Giustizia.

L’insuccesso del 3 maggio provoca altri provvedimenti del governo. Infatti viene nominato capo delle operazioni con pieni poteri il generale Cancellier.

Il 6 giugno 1816 avvenne uno scontro alla masseria Maresca di Serracapriola. Intervengono i soldati e lo scontro si sposta verso Torremaggiore ove i contendenti si affrontano alla sciabola. Sopraggiunge il generale Cancellier che assume il comando delle operazioni e si dà alla ricerca della banda che ormai è già passata in Basilicata.

Il Cancellier deluso, si sente beffato, e rinunzia al comando. Gli succede il colonnello Del Carte le cui truppe si scontrano più volte in innumerevoli episodi in Puglia, in Basilicata, in Campania.I Vardarelli alla fine si avviano verso il loro quartier generale e strada facendo, a Larino si scontrano con una compagnia di albanesi comandata dal tenente Campofreda di Portocannone.

Seguono numerosi altri scontri e molti altri Generali si succedono al comando delle truppe contro i Vardarelli senza alcun risultato. Le perdite sono reciproche e viene gravemente ferita anche una delle due donne, la sorella del capo, il quale, non potendola trasportare volendo che fosse catturata, preferì finirla con un colpo di arma da fuoco.

È intanto sopraggiunta la mietitura ed il Vardarelli pubblica un invito ai Sindaci di riservare la spigolatura ai poveri e non al pascolo del bestiame. Forse riferendosi a tali episodi il Colletta scrive del Vardarelli:prodigo ai poveri e feroce con i ricchi “ e G..Pepe:rimproverava largamente i suoi ed a nessuno di loro permetteva di rubare; nè mancava di trattare bene i contadini e i guardiani delle possesioni; solamente imponeva taglie alla gente fa coltosa che minacciava nella vita e nelle industrie.

Si va intanto facendo strada la convinzione che la distruzione della banda per via militare è impossibile e, per suggerimento degli stessi alti ufficiali  che avevano via via comandato le truppe, il Governo, così confessando la sua incapacità, approva il 6 luglio 1817 un patto col quale si concordava: che la banda, che risultò di soli 48 individui, fosse sottoposta alle leggi militari; che tutti godessero di uno stipendio adeguato al grado; che era compito dei Vardarelli di agire contro i malviventi; che  dovessero mantenere i cavalli a proprie spese; il tutto da sancirsi con giuramento.

L’accordo, accettato dai Vadarelli previa una Santa Messa e discorso d’occasione alla presenza delle autorità militari, fu giurato l’11 luglio 1817 nella Chiesa della Masseria Carignani.

Pare che all’accordo non sia stata estranea la Carboneria, il che confermerebbe la partecipazione dei Vardarelli a quella setta. Ulteriori circostanze dell’appartenenza ai carbonari possono desumersi dal fatto che i Vardarelli avevano amicizia col “ Gran Maestro “; dal fatto che il grido di battaglia dei Vardarelli era:viva la libertà, viva Napoleone, viva Vardarelli “; dal concetto di fratellanza, abusato dal Vardarelli; dal fatto che il maresciallo austriaco Koller, scrivendo da Napoli al governatore della Lombardia, diceva che i carbonari avevano accolto i Vardarelli nella loro lega facendosi giurare protezione  e difesa; dal fatto che in una inchiesta del maggiore Landi, del 1820, si diceva che i Vardarelli erano iniziati alla Carboneria.

La banda rispettò lealmente i patti tanto che il colonnello, loro superiore diretto, si diceva fiero di esserne il capo.

Il Vardarelli deve però avere avuto sentore delle voci che correvano circa la sincerità dell’accordo, e i Carbonari glie lo scrivevano come risulta dalle lettere trovategli addosso dopo la sua uccisione.Il Vardarelli, d’altronde, sapeva che altro capobanda, tale Giuseppe Di Furia, nel corso di trattative analoghe dirette ad un accordo,era stato arrestato.

Il partito contrario ai Vardarelli faceva capo al generale Amato, acerrimo loro nemico e influente presso il Governo e la Corte reale, il quale non aveva smesso le antipatie nei confronti del Vardarelli, nonostante il patto concluso. Altrettanto deve dirsi del Campofreda di Portocannone che, essendo nelle vicinanze, sembrava controllasse i movimenti dei Vardarelli.

 

 

L' eccidio di Ururi

Essendosi verificata una diserzione in massa dei militari della fortezza di Gaeta, si comandò aiVardarelli di spostarsi a Sora per le operazioni contro i disertori.

Il Vardarelli ebbe timore di doversi allontanare dai suoi luoghi, si sentì minacciato e rifiutò richiamandosi a pretesi patti verbali e segreti, contemporanei al noto accordo giurato l’11 luglio, che gli davano tale diritto.

Il Re ritenne che si trattava di un atto di indisciplina che contraddiceva al detto accordo e alla disciplina militare che i Vardarelli avevano giurato e scrisse al Generale Amato la seguente lettera autografa:” in caso che la Compagnia dei Vardarelli, o parte di essa, si sarà resa contumace agli ordini datigli, di recarsi a Sora, essendo ricaduta nella qualità di fuorbanditi manifesti: io con questo mio foglio vi autorizzo a distruggerli senza obbligazione di Commissione militare, la sicurezza dello Stato esigendo questa misura.- Napoli 4 novembre 1817-firmato Ferdinando “.

Il Gen. Amato non trascurò di far presente le difficoltà di sopprimere i Vardarelli, e ricordò gli insuccessi dei predecessori, ma più in alto si insistette ed il Consiglio di Stato affidò il comando al Gen. Church .  Questi formò un corpo con truppe agguerrite e soprattutto veloci e con artiglieria che pose il quartier generale a Barletta.

In tale situazione il Vardarelli, temendo il peggio, si ricrede o finge di pentirsi. Si presenta pertanto in Terra di Lavoro al Gen. Carrascosa e si mette a sua disposizione.

Dopo circa un mese, tempo forse impiegato per organizzare l’agguato, il Carrascosa, d’accordo con il Gen.  Amato, ordina al Vardarelli di recarsi a Larino infestato dal brigantaggio. Il 2 aprile 1918 i Vardarelli sono a S.  Martino in P. e  qui il capo Gaetano, la compagna Annamaria Durante e il segretario particolare, sono ospiti del sindaco Antonio Sassi.  

La mattina dell’ 8 aprile la Durante con 12 armati si trasferì in Ururi e prese alloggio nella casa del compare Emanuele Occhionero. Nello stesso giorno verso le ore 17, dopo avere perlustrato il bosco Saccione, il resto della banda giunse ad Ururi con tutti i  suoi capi.

D’accordo col sindaco Giovanni Musacchio si provvide agli alloggi per la notte e il capo Gaetano Vardarelli ordinò ai suoi di trovarsi pronti all’appello alle ore 8 del mattino successivo in Piazza della Porta ed egli stesso cenò e pernottò in casa degli Occhionero.

Risulta dal processo, che fu promosso a seguito delle uccisioni, che tale luogo fu preferito all’altro più adatto, della Piazza della Trinitàper insinuazione degli Occhionero “, da che si è arguito che questi sapessero dell’agguato.

Dalle carte relative al processo o da scritti di autori, si apprende che nella notte del 9 aprile nascostamente entrò ad Ururi il tenente Campofreda con un drappello di legionari i quali si nascosero parte nella casa di Paolo Antonio Grimani e parte nel palazzo Vescovile (poi sede comunale) entrambi  prospicienti la Piazza.

E la mattina di domenica 9 aprile il Gaetano Vardarelli passò in rassegna i suoi tra una calca di popolo riunitosi per assistere. Il Vardarelli aveva terminato l’appello e il trombettista  aveva dato il segnale di partenza, quando dalle finestre della casa Grimani e dal palazzo Vescovile tutti gli appostati, al segnale fatto con un panno bianco da una delle finestre dei Grimani, scaricarono contemporaneamente i fucili sui fratelli Vardarelli che caddero insieme con altri tre loro fedeli.

Grande fu lo scompiglio tra la popolazione che provocò solo qualche ferito e nel trambusto la banda riuscì a fuggire.

Si è scritto che uccisore di Gaetano Vardarelli sia stato Nicola Grimani il quale, scese in piazza e sì lavò le mani e il volto col sangue della vittima agonizzante gridando a gran voce “ l’ho lavatacon evidente allusione ad una offesa patita.  Si vuole infatti che il Vardarelli avesse danneggiato le campagne del Grimani e stuprato una sua sorella.

Nei libri parrocchiali di Ururi si legge in data 9 aprile 1818:Gaetano De Martino figlio di Pietro e Donata Iannantoni del Comune di Celenza, domiciliato in Castelnuovo è morto ammazzato a colpi di schioppettate, in età di 40 anni circa, senza ricevere alcun sacramento, verso le ore 15 di detto giorno. Il suo cadavere è stato seppellito nella Congregazione dei morti di questo suddetto Comune.

Il Gen. Amato finse di perseguitare gli uccisori, ne incarcerò taluni e li fece sottoporre a giudizio, ma nessuno fu condannato e tutti furono poi amnistiati.

Si va intanto in cerca dei fuggiaschi e si fa  loro sapere che il Governo è estraneo all’agguato di Ururi e intende rispettare l’accordo del luglio 1817 sicche la banda, pur priva dei tre fratelli Vardarelli, continuerà ad operare come previsto nell’accordo e ad essere retribuita. Il Generale invita pertanto i superstiti a presentarsi al quartier generale di Foggia ove tra l’altro sarebbero stati nominati i nuovi comandanti e graduati.

La banda entrò dunque a Foggia tra fitte ali di popolo, montata su magnifici cavalli, in alta uniforme, al grido di viva il Re. Raggiunse il quartier generale e si schierò per essere passata in rivista.

Il Gen. Amato, affacciato ad una finestra, finge di ammirare i guerriglieri. Il colonnello Sivo li passa in rassegna e dà l’ordine di scendere da cavallo e porsi in ordine accanto alle bestie. Ma dalle strade circostanti giungono di corsa  schiere di soldati gridando “ arrendetevi “ e prima che i guerriglieri, sorpresi, prendano le armi e montino a cavallo, con una nutritissima fucileria ne uccidono nove.Tre o quattro riescono a montare accavallo e attraverso la folla che si apre lasciano al galoppo la città; i rimanenti, poco più di 20, si rifugiano in una cava o vano seminterrato cui si accede attraverso una piccola porta.

Alla intimazione di resa alcuni si sporgono sulla porta  rispondendo a fucilate. Uno di essi, colpito al capo, cade ucciso. Altri restano feriti ma tutti non cedono. Allora i borbonici ammassano paglia all’ingresso e le danno fuoco e la spingono entro la cava chiudendo la porta con un grosso macigno.

Dopo alcune ore i borbonici riaprono la porta e discendono nella cava trovandovi 17 armigeri bocchegianti o morti, taluni feriti. I pochi sopravvissuti furono incarcerati, giudicati e fucilati per mancato rispetto dei patti giurati nel luglio 1817.

Così finiva la Banda dei Vardarelli.

 

Le anzidette notizie sono tratte dal testo “ Cenni storici su Ururi “ di U.Giammiro

   

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