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www.ururi.com
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La
vera storia
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Le
origini.
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Il
territorio che
costituisce oggi
l’ambito
di Ururi,era,
un tempo,
solo una parte
periferica del
territorio di
Larino.
Non
si hanno notizie
tali da far
supporre che
su quel territorio
fossero insediamenti
abitativi,
ma in epoca
anteriore al
mille vi era
un eremitaggio.
Quando
le guerre tra
i Longobardi
già da tempo
installatisi
in Italia,
e i Normanni,
nuovi invasori,
si conclusero
con l’occupazione
da parte di
questi ultimi
del territorio
dell’Italia
meridionale,
il territorio
passò in dominio
dei Normanni,
e feudatario
di Larino fu
il principe
normanno Roberto,
Conte e di
Loritello.

Nel
suo feudo sorgeva
un Casale denominato
“ Aurora “ ma
non è dato
conoscere il
luogo preciso
in cui sorgevano
sia il monastero
dei frati benedettini
sia il Casale.
Nello
studio dei
documenti antichi,
si ritrova
una indubbia
continuità,
tra il “
casale Aurora
“ e il successivo
agglomerato abitato
di Ururi alla
cui denominazione
si giunse per
gradi dopo
alcuni secoli,
con una evidente
sovrapposizione della
nuova denominazione
all’antica.
Non
vi sono resti
di opere murarie
che possano
indicare in
qualche modo
il luogo della
esistenza antica
del monastero
e del Casale
ma è da supporre
che essi sorgessero
nella parte
più alta dell’attuale
abitato di
Ururi.
Dunque
è da supporre che il luogo
fosse proprio là ove
oggi è il centro
storico del
paese, tanto
più che il
monastero era
dedicato a
S.Maria
così come
la vecchia
Chiesa parrocchiale
che sorge appunto
nel luogo più
alto del paese.
Documenti
dell’epoca
accennano alla
presenza nel
Casale Aurora,
oltre che del
monastero,
anche di laici,
verosimilmente stabilitisi
a ridosso del
monastero,
i quali coltivavano
i terreni circostanti.
Esisteva dunque
un sia pur
modesto agglomerato,
dedito al lavoro
dei campi,
e forse in
unione con
gli stessi
monaci.
Nel
mese di gennaio
del 1075, il
feudatario normanno
Roberto, Conte
di Loritello,
dichiarava di
avere un monastero
costruito in
tenimento di Larino,
nel luogo chiamato
Aurora e, con
atto per notaio
Azzo, donava
il tutto alla
chiesa Larinese di
Maria Vergine
e Madre di
Dio, per
l’anima sua
e dei suoi
parenti.
Seguono,
nell’atto,
le maledizioni
per chiunque
in avvenire
tentasse di
sottrarre la
donazione alla
Chiesa.
L’atto
è firmato
da Guglielmo
Vescovo, dal
Giudice Falco,
da un tale
Maraldo Trimarco mentre il
donante feudatario
Conte di
Loritello vi appone
il segno di
croce degli
illetterati (segno dei tempi nei quali la spada valeva più
della penna).
Con detta
donazione il
Vescovo di
Larino a sua
volta succedeva
nel feudo Aurora
divenendone il
feudatario.
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L' arrivo
degli Albanesi
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Nei
secoli successivi
il feudo Aurora
e la donazione
del Conte
di Loritello riappaiono in
atti e documenti
vari. Solo
poco prima
del 1500 in
qualche documento
appare per
il Casale Aurora
anche la denominazione
di “ Ruri “ e
talvolta di
“Urure”.
Il
fatto stesso
della promiscuità
di denominazione
fa pensare
che quello
è il periodo
in cui la
nuova denominazione
si stava affermando
sicché il
Casale viene
indicato tuttora
con il nome
Aurora, ma
sono in uso
anche le nuove
denominazioni.
A
quella data
(poco prima
del 1500),
gli albanesi
si erano già
stabiliti nel
Casale e può
quindi darsi
che siano stati
proprio i nuovi
abitanti a
dare la nuova
denominazione,
o per assonanza (Aurora-Urure)
o addirittura
derivando dalla
vecchia denominazione
quella più
consona alla
lingua albanese
nella quale
ancora oggi,
la denominazione
è “ Rur - Ruri “.
Taluno,
specie in sede
locale, sospetta
che la nuova
denominazione “ Rur,
-Ruri “ possa derivare
o dal
latino “ urere “ (bruciare)
o dall’albanese
“ uri “ (tizzone)
con chiaro
riferimento ad
un incendio
che avrebbe
distrutto il
paese.
Non sembra tuttavia
possibile richiamarsi
a tali denominazioni
sia perché
si ha notizia
di tali eventi
in epoca anteriore
all’anno
1500 e sia
perché tali
derivazioni non
si spiegherebbero
in un ambiente
culturalmente povero.

C’è
anche chi sostiene (Prof. Gino Ciarfeo) che nella parlata
locale il nome del paese è “ Ruri “ e quello degli
abitanti “ Rurise “.Cone si nota chiaramente,manca la
“ U “ che è l’articolo “ il “ nel dialetto
larinese. Siccome il territorio era feudo del Vescovo di
Larino,dai larinesi era chiamato “ U RUR “,cioè la
campagna. Questo nome prevale sull’altro di “ Aurora “
a partire dal 1075 quando il territorio viene donato al
Vescovo di Larino dal Conte di Loritello e diventa suo
feudo.
In
seguito, o per
invasioni,
o per guerra,
o per altri
motivi di cui
non si hanno
notizie, il
Casale Aurora
decadde e impoverì,
tanto che Giovanna
I, Regina di
Napoli,con
speciali disposizioni
diminuì i
pesi fiscali.
Nel 1400 ci
fu poi
in luogo
la peste.
Nel
1456 un terremoto
distrusse il
Casale.
In
quegli anni, i musulmani avevano invaso
la penisola balcanica,
ma l’ Albania ad essi resistette eroicamente per molti
anni, sotto il comando di Giorgio
Castriota Skanderbeg, ma anche grazie all’aiuto di Alfonso
d’Aragona Re di Napoli, che gli inviò uomini e armi per
difendere il territorio.
Nel
1461 Ferrante I d’Aragona - figlio ed erede di Alfonso –
trovandosi in difficoltà per il prevalere della fazione
angioina, chiese soccorso al beneficato Giorgio Castrista,il
quale inviò un corpo di milizie seguite da un gran numero
di famiglie albanesi.Per questo motivo, ma anche per
sottrarsi agli invasori,gruppi di albanesi migrarono nel
Regno di Napoli.
La
prima emigrazione è del 1448 e fu
sistemata in Calabria; la seconda
emigrazione è del 1461 e i nuovi arrivati del Sud-Albania
furono mandati a popolare Campomarino e Portocannone in “
Capitanata “, e Ururi in “ contado
Molise “; la terza
emigrazione, alla morte di Giorgio Castriota Skanderbeg fu
sistemata in Calabria e in Sicilia.
L’emigrazione
riprese sotto l’imperatore Carlo V d’Austria nel 1534
con una quarta trasmigrazione e i nuovi arrivati si
stabilirono in Capitanata e in Basilicata.La quinta
emigrazione è del 1647 con sistemazione in Barile
(Basilicata).La sesta, del 1744, si stabilì in
Badessa(Abruzzo) e la settima si vide assegnato come
domicilio la città di Brindisi ove presto fu assorbita e si
disperse.
Giovanni
Castriota, figlio dell’eroe
Giorgio, se ne fuggì egli stesso dalla
Albania e se ne venne nei feudi che
aveva in Puglia. Re Ferdinando, in memoria dei servigi
resigli dal padre,
gli concesse in feudo la città di
Galatina in
terra d’Otranto. Sua sorella sposò il Principe
Pietro Antonio Sanseverino il quale
accolse in Calabria il Giovanni alla
morte del
padre Giorgio.
Gli
storici hanno dato spiegazioni diverse della dispersione
degli albanesi nelle più diverse località
del Regno di Napoli. Taluni l’attribuiscono al fatto che
gli albanesi erano dediti a “ rapine e ladronecci “ ed
erano “ invisi alle persone oneste e probe accostumate a
menare una vita tranquilla e pacifica.
I
sovrani avevano pertanto ritenuto conveniente
tenerli divisi. Altri sostengono che gli albanesi furono
divisi per mandarli sulle terre incolte
e fu saggio provvedimento, a loro parere,
perché essi con il loro lavoro
trasformarono in coltivabili le terre con grande utilità e
con grande merito
per essi stessi
che si rivelarono
infatti stabili,
capaci, e
amanti del
lavoro dei
campi.
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Gli Albanesi
di Ururi
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Per
sistemarsi nel territorio
loro assegnato i
nuovi arrivati dovettero
o far uso
delle case che
già vi erano
costruite o costruirne
di nuove.
I
documenti non dicono
quanti essi fossero
ma certamente non
molti se si pensa
che nel 1550,
quando il paese
fu messo a
fuoco, vi
abitavano 125 famiglie,
numero certamente superiore
a quello degli
immigrati del 1461 accresciutosi
per naturale incremento
demografico. La
popolazione si ridusse
a 45 famiglie
nel 1595 ma non
risultano le cause
di tale diminuzione.
Nel 1647 il regno
fu sconvolto da
sommosse e molti
Ururesi se ne fuggirono
e la popolazione
variò tra le 79
e le 46 famiglie.
Il
centro storico del
paese era compreso
tra la piazza
della Chiesa parrocchiale
e il palazzo
baronale del Vescovo,
poi Municipio.
A
monte i due
“ ponti “ o meglio
tunnels siti sotto le
case dei Giammiro,
erano due porte.
Una terza porta
era in fondo
alla strada che
dal largo della
Chiesa degrada leggermente
verso est.
Quando il paese
cominciò ad estendersi,
lo sviluppo si
ebbe fuori della
porta est verso
la parte pianeggiante
e forse per
tale motivo il
luogo sul quale
sboccava la strada
ebbe l’usuale
denominazione di “Porta
“.
Quando
poi, con
la costruzione delle
case intorno,
sorse la piazza,
la denominazione “
Porta “ entrò nella
toponomastica del paese,
sìcche quella
piazza si continua
a chiamarla Porta,
in albanese (Vemi
ka porta) o Largo
della Porta in
italiano.

Ai
primi del nostro
secolo qualche vecchio
ricordava ancora l’esistenza
di tracce di
tale porta,
in particolare di
un arco che
poggiava da un lato
nel palazzo vescovile
poi sede del
Municipio. L’agglomerato
originario edilizio di
Ururi era
dunque di ampiezza
tale da contenere
solo poche centinaia
di persone.
Gli
albanesi di Ururi furono
in verità laboriosi
e si dettero
a coltivare le
terre del feudo
sul quale vivevano,
ma sentirono presto
la opportunità di
regolare i rapporti col
feudatario Vescovo di
Larino. In
merito i nuovi
rapporti furono sanciti
nelle capitolazioni del
4 marzo 1550 e costituiscono
un’evidente rivendicazione
e l’inizio della
evoluzione del feudo.
Gli
albanesi di Ururi non
erano tutti pacifici
cittadini dediti alla
agricoltura. Taluno
scrive che “ essendo
di indole altera,
più propensi a
farsi ragione con
le armi in
mano che non
ricorrendo alla Giustizia,
cominciarono a dare
fastidio ai vicini
paesi “. Divisi
in due fazioni,
si abbandonavano a
scorrerie e saccheggi,
tanto che il Viceré
di Napoli,
il Duca d’Alba Don
Pietro di Toledo,
nel1550, mandò
contro di loro
il capitano Fabio
Ciminelli con adeguata
forza ordinando che
Ururi fosse bruciato
e dispersi suoi
abitanti.
L’ordine
gravissimo fu eseguito
e ciò denota
di quanta esasperazione
gli Ururesi erano stati
causa. Se
ne conferma nel
Cedolario del 1562 in
cui il feudatario
Vescovo di Larino
ricorda che:
“
un tempo il
Casale fu abbrugiato
e si abbrugiarono similmente tutte
le scritture,
tanto dell’Officiali e capitano
d’esso Casale quanto
dell’Università e particolari
cittadini d’esso con
ogni altra quantità
di robbe mobili che
dentro il medesimo
si trovarono “.
Si
trattò dunque di
una vera e
propria distruzione di
tutto quanto potesse
ricordare l’esistenza
del Casale.
Fu
merito del capitano
albanese Teodoro
Crisma che gli Ururesi furono
perdonati e nel
1562 tornarono ad abitare
il Casale.
Il Crisma aveva
reso particolari servigi
al re di
Napoli e all’imperatore
d’Austria e
ne aveva acquistato
prestigio e benevolenza
tanto da ottenere
il permesso di
riunire nuovamente gli
Ururesi nel Casale, cosa
che egli fece
atteggiandosi a nuovo
feudatario. Nel
cedolario del 1562 si
legge che secondo
lo exquatur regio del 5/5/1562 il
feudo denominato “
Urure “ è posseduto
dal magnifico capitano
Teodoro Crisma Albanese,
per concessione.
In effetti con
atto del 12/12/1561 il
Vescovo di Larino aveva
concesso
il feudo al
Crisma per sé,
suoi eredi e
successori, in
perpetuo.
Senonché
la concessione non
riportò l’assenso
regio e fu
nel 1565 revocata, revocandosi
e cassandosi l’atto.
Tuttavia il feudo
continuò ad essere
intestato al Crisma
e per questo
fatto ci fu
una causa in
sede fiscale per
accertare che l’intestazione
era errata in
quanto il feudo
era stato sempre del
Vescovo di Larino, sìcche
questi era tenuto
a pagare il
tributo.
Nel
registro Rivela del 1749 per
la compilazione del
catasto, il
territorio di Ururi tornò
di conseguenza ad
essere iscritto come
feudo del Vescovo
di Larino ritenendosi che
con l’atto
del dicembre 1561 il
Vescovo avesse dato
il feudo al
Crisma solo in
enfiteusi.
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Ururi
e gli Albanesi della zona nel 1799 |
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Con
la calata delle truppe napoleoniche, la rivoluzione francese fu
accolta anche nel regno di Napoli che si eresse a repubblica. In molti
paesi fu issato, secondo la moda francese, l’albero della libertà.
Si
trattava di una albero di quercia o pioppo che si piantava con tutte
le radici nella piazza principale, per denotare il potere popolare e
veniva decorato con fiori e fettucce, e talora era sormontato dalla
bandiera. Fu un periodo tutt’altro che tranquillo perché i realisti
si organizzarono in bande armate contro i repubblicani.
Pubblicazioni
dell’epoca scrivono che “ il regno
era in balia del brigantaggio più feroce, i disertori
dell’esercito preferivano all’onore delle armi, l’assassinio e
il furto. Numerose comitive di ladroni malviventi portavano terrore e
sgomento dappertutto, commettendo omicidi, furti, ricatti ed altri
gravissimi eccessi…. “.
Il
Monitore, giornale ufficiale della Repubblica napoletana nel n.4 del
24 piovoso (12 febbraio) pubblica:” Tumulti anche più miserevoli
sono nei confini del contado del Molise. Le cinque comunità albanesi
che sono in detto contado, tutte in armi, scorrono le città e le
campagne commettendo devastazioni e macelli “.
Pur
se è da sospettare che nel divulgare tali notizie sia calcata la
mano, secondo il proprio schieramento politico, sta di fatto che non
mancano notizie concrete.
Tra
i tanti episodi ricordiamo soprattutto due:
1)
quello di Termoli, dove circa 300 albanesi,
specie di Portocannone e Campomarino, cui si erano uniti gli slavi di
S. Giacomo degli Schiavoni, il
2 febbraio assediarono Termoli che, chiuse le porte, si difese dal
castello e dalle mura usando anche i cannoni; il 3 febbraio,
per il tradimento di un termolese, le porte furono aperte e gli
assedianti, penetrati nel paese, vi commisero eccidi e devastazioni;
2)
quello di Casacalenda,
dove circa un
migliaio, per la maggior parte di Larino, Campomarino, Portocannone,
Ururi (una cinquantina) ed altri, saccheggiarono
e fucilarono diverse
persone.
Tornata
in qualche modo la calma,
i danneggiati per
saccheggio cominciarono
a far valere
il loro diritto
alla restituzione delle
cose. Si
procedette all’arresto
dei più facinorosi
tra i quali
vi fu un
Ururese, nativo però
di Casacalenda.
Per
la restituzione delle
cose il generale francese
che sovrintendeva al
territorio incaricò,
per Ururi, tale Giovanni
Casale. Poiché
la restituzione procedeva
con lentezza,
i cittadini di
Casacalenda cominciarono a
farsi ragione da
sé. Infatti
il 14 aprile
una squadra,
tra cui erano
molti di Casacalenda,
comandata dal Commissario
Nicola Neri,
entrò in Ururi
e si dette
al saccheggio.Mentre
si verificavano tali eventi,capo della Municipalità di Ururi,con
l’avvento della Repubblica,era Angiolo Giammiro, grazie
al quale gli Ururesi
riebbero in gran
parte le cose
saccheggiate ad
Ururi dai casacalendesi.

Per
concludere le vicende
del 1799, è
d’obbligo ricordare
che le bande
armate degli
albanesi, presentate
come formate da
“ ladroni e malviventi
“, erano invece
bande fedeli alla
monarchia e lo dimostrano
alcune circostanze:
1) uno dei comandanti
era il Duca
di Casacalenda, il
quale non era
certamente un malvivente,
ma uomo legato
al regime monarchico
e non a
quello rivoluzionario;
2) un altro capo
era il tenente
Campofreda, anch’egli
fedele monarchico,
e tale anche
dopo la caduta
del periodo napoleonico.
D’altra
parte, quando
contro la Repubblica
Napoletana si formò
un vero e proprio corpo
organizzato sotto il
comando del generale
De Cesare per restaurare
la monarchia,
il Campofreda seguì il
De Cesare è con
lui lo seguirono
gli albanesi.
E’
inoltre risaputo che
le bande armate
albanesi, quando
assalivano i paesi,
abbattevano gli alberi
della libertà,
simbolo della Repubblica
e obbligavano i cittadini
a mettersi la
coccarda regia.
È certo che
in momenti di
subbuglio possono esservi
alcuni che approfittano
per proprio tornaconto
e non per
seguire inesistenti ideali,
ma da ciò
non deve desumersi
che le bande
fossero formate da
ladroni. e
malviventi. D’altra
parte le vicende
vanno giudicate secondo
il tempo in
cui si svolsero,
nè d’altronde gli
avvenimenti della rivoluzione
francese davano
esempio e suggerimenti
di moderazione.
Nel
giugno 1799 i Borboni
rientravano a Napoli
e seguirono le
reazioni contro i
repubblicani. Non
risulta che cittadini
di Ururi abbiano subito
vendetta.
Si
concluse così un
anno particolarmente
turbolento. Non
è da credere che
solo gli albanesi
siano stati autori
di quanto è
stato detto prima.
Ad essi erano
uniti altri della
stessa fede politica,
quella monarchica,
ma come spesso
accade, sotto
l’aspetto di un
idealismo spinto,
si nascondevano istinti
che portarono a
eccessi di cui
si è detto.
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La banda Vardarelli |
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La
banda dei Vardarelli era così chiamata perché la famiglia dei capi
esercitava l’arte del “ vardaro “ che in dialetto indica gli
artigiani che producono o riparano basti (in dialetto vard), selle
ecc.
Il
vero cognome dei Vardarelli era Meomartino. Èssi erano nativi di
Celenza Valfortore. Nell’atto di morte dei registri parrocchiali di
Ururi il capo della banda viene indicato come Gaetano De Martino.
L’errore si spiega facilmente se si considera come la morte avvenne,
e quanto il luogo era lontano dal paese di origine. Ciò impedì di
avere notizie più esatte.
Nell’atto
di nascita in Celenza Valfortore il Gaetano è iscritto
infatti come nato il 13 gennaio 1780 da Pietro Meomartino e
Donata Iannantoni.
Non
sono tutti d’accordo nell’inquadrare i Vardarelli nell’ambito
politico e sociale dell’epoca. Per alcuni essi furono solo dei
malfattori che nel 1799 avevano seguito il cardinale Ruffo nella
rivolta regia contro i patrioti repubblicani. Per altri i Vardarelli
furono carbonari, iscritti a tale setta, amanti della libertà,
propugnatori di giustizia sociale.
Il
Murat, quando divenne Re del napoletano,
aveva cercato di legare a sé i Vardarelli, concludendo con loro
qualche opportuno accordo. Il 31 agosto 1809 il Murat scriveva al
generale Ferrier di far sapere
ai capi della banda di essere deciso ad organizzare delle compagnie,
pagate, nutrite e vestite purché raggiungessero il numero di 100
persone.
I
Vardarelli rifiutarono ed il Murat cominciò a perseguitarli. A
quell’epoca la banda si componeva di 300 cavalieri. In uno scontro nel
1811, il generale murattiano Manhes li sconfisse. La flotta inglese,
ormeggiata alle isole Tremiti per combattere i Murattiani, riforniva
la banda di armi, ma ciò non valse
a risollevarne le sorti.
I
capi fuggirono in Sicilia presso Re Ferdinando e quì il capo
Gaetano fu accolto nella guardia regia e nominato sergente.
Avvenuta
la restaurazione dei
Borboni il Gaetano Vardarelli o per amore
di libertà, o per insofferenza alla
disciplina cui era obbligato, o perché
scontento del trattamento di cui godeva, dalla Sicilia tornò nel
Regno ove si dette alla
campagna e formò la banda.
La
conponevano anche i suoi due fratelli Geremia
di anni 29 e Giovanni di anni 25, due donne,
di cui una era sua sorella, e
complessivamente erano 50 elementi. La compagnia aveva disciplina
militare, vestiva una divisa, ognuno era armato
di sciabola, fucile, baionetta. Tutti erano a cavallo.
Il
quartier generale era nella alta valle del Fortore, ma la banda, pur
facendo capo ad esso, si spingeva con le sue azioni nelle province di
Foggia, Campobasso, Benevento, Potenza, Bari,
Lecce, fino a toccare il mare Ionio.
Lo faceva con grande rapidità essendo
tutti montati a cavallo e ciò spiega la facilità
con cui, dopo averle colpite,si sottraeva alle truppe regolari.
Avveniva
così che, ricercata
in luoghi vicini a quello scontro, la banda si trovava già lontana,
magari in altra provincia, dalla quale giungevano notizie agli
ufficiali comandanti le
truppe che ne avevano motivo di
scoraggiamento.
La
banda si forniva di viveri e
cavalli assalendo le masserie e quivi
magari sostando per cibarsi e riposare, né i
massari facevano opposizione perché in
tal caso ne subivano gravi conseguenze. Spesso la banda attaccava i
procaccia che portavano a Napoli i proventi
delle esattorie e
non di rado
si servivano del
denaro per avere
informazioni dai contadini
e massari.
Fu
anche questa fitta
rete di informazioni
di spionaggio,
che consentì ai
Vardarelli tanti scontri
favorevoli e tanta
velocità di sganciamento.
Ricordiamo qui alcuni
tra i principali scontri.
Il
3 maggio 1816 i
Vardarelli hanno uno
scontro in località
Crocifisso dell’Alvaro in
Puglia e subito
dopo si danno
a scorrere in
quella regione.
L’allarme è
tale che da
Napoli, al
comando di un
generale, viene
costituito un corpo
di cavalleggeri,
granatieri,
tanti fanti e
gendarmi che si
disloca in Puglia.
Mentre
i comandi discutono
sul da farsi,
i Vardarelli, informati,
dalla Puglia entrarono
in Basilicata,
poi nel Beneventano
e nell’alto
Molise e da
qui raggiungono la
loro base tra
i dirupi inaccessibili
dell’alta valle
del Fortore. L’allarme
è tale che i
Vardarelli con un apposito
editto vengono dichiarati
“ pubblici nemici e
chiunque ha facoltà
di consegnarli vivi
o morti alla Giustizia
“.
L’insuccesso
del 3 maggio
provoca altri provvedimenti
del governo.
Infatti viene nominato
capo delle operazioni
con pieni poteri
il generale
Cancellier.
Il
6 giugno 1816 avvenne
uno scontro alla
masseria Maresca di
Serracapriola.
Intervengono i soldati
e lo scontro
si sposta verso
Torremaggiore ove
i contendenti si
affrontano alla sciabola.
Sopraggiunge il generale
Cancellier che assume
il comando delle
operazioni e si
dà alla ricerca della
banda che ormai
è già passata in
Basilicata.
Il
Cancellier deluso, si
sente beffato,
e rinunzia al
comando. Gli
succede il colonnello
Del Carte le cui truppe
si scontrano più
volte in innumerevoli
episodi in Puglia,
in Basilicata,
in Campania.I
Vardarelli alla fine si avviano verso il loro quartier generale e
strada facendo, a Larino si scontrano con una compagnia di albanesi
comandata dal tenente Campofreda di
Portocannone.
Seguono
numerosi altri scontri e molti altri Generali si succedono al comando
delle truppe contro i Vardarelli senza alcun
risultato. Le perdite sono reciproche e viene
gravemente ferita anche
una delle due donne, la sorella
del capo,
il quale,
non potendola trasportare
né volendo che
fosse catturata,
preferì finirla con
un colpo di
arma da fuoco.
È
intanto sopraggiunta
la mietitura ed
il Vardarelli pubblica un
invito ai Sindaci
di riservare la
spigolatura ai poveri
e non al
pascolo del bestiame.
Forse riferendosi a
tali episodi il
Colletta scrive del
Vardarelli:” prodigo ai
poveri e feroce
con i ricchi
“ e G..Pepe:” rimproverava
largamente i suoi
ed a nessuno
di loro permetteva
di rubare;
nè mancava di
trattare bene i
contadini e i
guardiani delle
possesioni; solamente imponeva
taglie alla gente
fa coltosa che
minacciava nella vita
e nelle industrie
“.
Si
va intanto facendo strada la convinzione che la distruzione della
banda per via militare è impossibile e, per suggerimento degli stessi
alti ufficiali che
avevano via via comandato le truppe, il Governo, così confessando la
sua incapacità, approva il 6 luglio 1817 un patto col quale si
concordava: che la banda, che risultò di soli 48 individui, fosse
sottoposta alle leggi militari; che tutti godessero di uno stipendio
adeguato al grado; che era compito dei Vardarelli di agire contro i
malviventi; che dovessero
mantenere i cavalli a proprie spese; il tutto da sancirsi con
giuramento.
L’accordo,
accettato dai Vadarelli previa una Santa Messa e discorso
d’occasione alla presenza delle autorità militari, fu giurato
l’11 luglio 1817 nella Chiesa della Masseria Carignani.
Pare
che all’accordo non sia stata estranea la Carboneria, il che
confermerebbe la partecipazione dei Vardarelli a quella setta.
Ulteriori circostanze dell’appartenenza ai carbonari possono
desumersi dal fatto che i Vardarelli avevano amicizia col “ Gran
Maestro “; dal fatto che il
grido di battaglia
dei Vardarelli era:”
viva la libertà,
viva Napoleone,
viva Vardarelli “; dal
concetto di fratellanza,
abusato dal
Vardarelli; dal fatto
che il maresciallo
austriaco Koller,
scrivendo da Napoli
al governatore della
Lombardia, diceva
che i carbonari
avevano accolto i
Vardarelli nella loro
lega facendosi giurare
protezione e
difesa; dal fatto
che in una
inchiesta del maggiore
Landi, del
1820, si diceva
che i Vardarelli erano
iniziati alla Carboneria.
La
banda rispettò lealmente
i patti
tanto che il colonnello,
loro superiore diretto,
si diceva fiero di
esserne il capo.
Il
Vardarelli deve però
avere avuto sentore
delle voci che
correvano circa la
sincerità dell’accordo,
e i Carbonari glie lo scrivevano come
risulta dalle lettere
trovategli addosso
dopo la sua
uccisione.Il
Vardarelli, d’altronde,
sapeva che altro
capobanda,
tale Giuseppe Di
Furia, nel corso
di trattative analoghe
dirette ad un
accordo,era stato
arrestato.
Il
partito contrario ai
Vardarelli faceva capo
al generale Amato,
acerrimo loro nemico
e influente presso il
Governo e la Corte
reale, il
quale non aveva
smesso le antipatie
nei confronti del
Vardarelli, nonostante
il patto concluso.
Altrettanto deve dirsi
del Campofreda di Portocannone che,
essendo nelle vicinanze,
sembrava controllasse
i movimenti dei
Vardarelli.
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L' eccidio di Ururi |
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Essendosi
verificata una diserzione
in massa dei
militari della
fortezza di Gaeta, si comandò aiVardarelli
di spostarsi a Sora
per le operazioni contro i disertori.
Il
Vardarelli ebbe timore di doversi allontanare dai suoi luoghi, si sentì
minacciato e rifiutò richiamandosi a pretesi
patti verbali e segreti, contemporanei al noto accordo giurato l’11
luglio, che gli davano tale diritto.
Il
Re ritenne che si trattava di un atto di indisciplina
che contraddiceva al detto accordo e alla disciplina militare che i
Vardarelli avevano giurato e scrisse al Generale Amato la seguente lettera
autografa:” in caso che la Compagnia dei
Vardarelli, o parte di essa, si sarà resa
contumace agli ordini
datigli,
di recarsi a Sora,
essendo ricaduta nella qualità di
fuorbanditi manifesti: io con questo mio foglio vi autorizzo a
distruggerli senza obbligazione di Commissione militare,
la sicurezza dello Stato esigendo questa misura.-
Napoli 4 novembre 1817-firmato Ferdinando
“.
Il Gen.
Amato non trascurò
di far presente le difficoltà di
sopprimere i Vardarelli, e ricordò gli insuccessi dei predecessori,
ma più in alto si insistette ed il Consiglio
di Stato affidò il comando al Gen. Church .
Questi formò un corpo con truppe agguerrite e soprattutto
veloci e con artiglieria che pose
il quartier generale a Barletta.
In
tale situazione il Vardarelli, temendo il
peggio, si ricrede o finge di pentirsi. Si
presenta pertanto in Terra di Lavoro al Gen.
Carrascosa e si mette a sua
disposizione.
Dopo
circa un mese,
tempo forse impiegato per organizzare l’agguato, il Carrascosa,
d’accordo con il Gen. Amato,
ordina al Vardarelli di recarsi a Larino
infestato dal brigantaggio. Il 2 aprile 1918 i Vardarelli sono
a S. Martino in P. e
qui il capo Gaetano, la compagna Annamaria Durante e il
segretario particolare, sono ospiti del sindaco Antonio Sassi.
La
mattina dell’ 8 aprile la Durante con 12
armati si trasferì in Ururi e prese alloggio nella casa del compare
Emanuele Occhionero. Nello stesso giorno verso le ore 17,
dopo avere perlustrato il bosco Saccione, il resto della banda giunse
ad Ururi con tutti i suoi
capi.
D’accordo
col sindaco Giovanni Musacchio si provvide
agli alloggi per la notte e il capo Gaetano Vardarelli ordinò ai suoi
di trovarsi pronti all’appello alle ore 8 del mattino successivo in
Piazza della Porta ed egli stesso cenò e pernottò in casa degli
Occhionero.
Risulta
dal processo, che fu promosso a seguito delle uccisioni, che tale
luogo fu preferito all’altro più adatto, della
Piazza della Trinità
“ per insinuazione
degli Occhionero “, da
che si è
arguito che
questi sapessero dell’agguato.
Dalle
carte relative al
processo o da scritti
di autori,
si apprende che
nella notte del
9 aprile nascostamente
entrò ad Ururi il tenente
Campofreda con un
drappello di legionari
i quali si
nascosero parte nella
casa di Paolo
Antonio Grimani e
parte nel palazzo
Vescovile (poi
sede comunale)
entrambi
prospicienti la Piazza.
E
la mattina di
domenica 9 aprile
il Gaetano
Vardarelli passò in
rassegna i suoi
tra una calca
di popolo riunitosi
per assistere.
Il Vardarelli aveva terminato
l’appello e
il trombettista
aveva dato il
segnale di partenza,
quando dalle finestre
della casa Grimani e
dal palazzo Vescovile
tutti gli appostati,
al segnale fatto
con un panno bianco
da una delle
finestre dei Grimani,
scaricarono contemporaneamente
i fucili sui
fratelli Vardarelli che
caddero insieme con
altri tre loro
fedeli.
Grande
fu lo scompiglio
tra la popolazione
che provocò solo
qualche ferito e
nel trambusto la
banda riuscì a
fuggire.
Si
è scritto che uccisore
di Gaetano
Vardarelli sia stato
Nicola Grimani il quale,
scese in piazza
e sì lavò
le mani e il volto
col sangue della
vittima agonizzante gridando
a gran voce
“ l’ho lavata “ con
evidente allusione ad
una offesa patita.
Si
vuole infatti che
il Vardarelli avesse danneggiato
le campagne del
Grimani e stuprato una
sua sorella.
Nei
libri parrocchiali di
Ururi si legge in
data 9 aprile
1818:” Gaetano De Martino
figlio di Pietro
e Donata Iannantoni
del Comune di
Celenza, domiciliato
in Castelnuovo
è morto ammazzato
a colpi di
schioppettate, in età
di 40 anni
circa, senza
ricevere alcun sacramento,
verso le ore
15 di detto
giorno. Il
suo cadavere
è stato seppellito nella Congregazione
dei morti di
questo suddetto Comune.
Il
Gen. Amato finse di perseguitare
gli uccisori, ne incarcerò
taluni e li
fece sottoporre a
giudizio, ma nessuno
fu condannato e
tutti furono poi
amnistiati.
Si
va intanto in cerca
dei fuggiaschi e
si fa
loro sapere che
il Governo è estraneo
all’agguato di
Ururi e intende rispettare
l’accordo del
luglio 1817 sicche
la banda,
pur priva dei
tre fratelli
Vardarelli, continuerà ad
operare come previsto
nell’accordo e ad essere
retribuita. Il
Generale invita pertanto
i superstiti a
presentarsi al quartier
generale di Foggia
ove tra l’altro
sarebbero stati nominati
i nuovi comandanti
e graduati.
La
banda entrò dunque
a Foggia tra
fitte ali di
popolo, montata
su magnifici cavalli,
in alta uniforme,
al grido di
viva il Re. Raggiunse
il quartier generale
e si schierò per essere
passata in rivista.
Il
Gen. Amato, affacciato
ad una finestra,
finge di ammirare
i guerriglieri.
Il colonnello Sivo li
passa in rassegna
e dà l’ordine
di scendere da
cavallo e porsi
in ordine accanto
alle bestie.
Ma dalle
strade circostanti giungono
di corsa
schiere di soldati
gridando “ arrendetevi “ e
prima che i
guerriglieri, sorpresi,
prendano le armi
e montino
a cavallo, con
una nutritissima
fucileria ne uccidono
nove.Tre o quattro riescono a
montare accavallo e
attraverso la folla
che si apre
lasciano al galoppo la
città; i rimanenti,
poco più di
20, si
rifugiano in una
cava o vano seminterrato
cui si accede
attraverso una piccola
porta.
Alla
intimazione di resa
alcuni si sporgono
sulla porta
rispondendo a
fucilate. Uno
di essi,
colpito al capo,
cade ucciso.
Altri restano feriti
ma tutti non
cedono. Allora
i borbonici ammassano
paglia all’ingresso
e le danno
fuoco e la
spingono entro la
cava chiudendo la
porta con un
grosso macigno.
Dopo
alcune ore i
borbonici riaprono la
porta e discendono
nella cava trovandovi
17 armigeri
bocchegianti o morti,
taluni feriti.
I pochi sopravvissuti
furono incarcerati,
giudicati e fucilati
per mancato rispetto
dei patti giurati
nel luglio 1817.
Così
finiva la Banda dei Vardarelli.

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Le
anzidette notizie sono tratte dal testo “ Cenni storici su Ururi “
di U.Giammiro |
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